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Nel caso uno rischiasse di riposare in pace

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Arriviamo al cinema ed è chiuso per problemi all’acquedotto. I bagni sono inagibili.
Ripieghiamo su un altro cinema, questo il film che ci tocca.
La nostra molestia è tangibile, perché le ragazze che ci stanno davanti si voltano spesso.
Ad un certo punto, verso la fine del secondo tempo, quando Kim Rossi Stuart dice “Ora sto meglio: mi hanno fatto l’elettroshock” la mia coinquilina è presa da un attacco di risa isterico e inarrestabile. E non a torto. Perché anche se agghiacciante, ho la certezza che il regista voleva che fosse una battuta per davvero. Per altro, l’unica del film.
Questo film è la storia di Luca Flores, jazzista prodigio morto suicida all’età di 39 anni.
Walter Veltroni un giorno ha sentito un suo disco, se n’è innamorato e ci ha scritto sopra un libro. Riccardo Milani ci ha girato sopra il film.
Che cosa vi devo dire. Non so se quando parlano di crisi del cinema italiano si riferiscono a questo. Ma se è così hanno pienamente ragione.
Un grande melodramma, povero di tutto, che insiste sulle stesse sequenze, gli stessi luoghi, le stesse inquadrature, le stesse facce sofferenti.
Fino a mostrarci l’ombra della testa di Kim Rossi Stuart sul muro che s’infila nel cappio.
Mi dispiace per gli attori che sarebbero anche bravi, ma più di tutto mi dispiace per Luca Flores.
Io non lo conoscevo affatto. E ora ne ho un’immagine totalmente deviata, concentrata più sulla sua malattia mentale che sul suo genio pianistico.
Un’immagine che non lascia spazio ad alcuna suggestione che non sia completamente, intrinsecamente angosciante.
Dice bene D’Agostini: “(…)Se quell’ultima manciata di minuti prima dei titoli di coda, occupata da un vero filmino della famiglia Flores, fa come almeno al sottoscritto ha fatto un potente effetto di scarto e di schiacciante superiorità emotiva (insomma effetto boomerang) rispetto a tutto ciò che precede, vuole forse dire che la difficile scommessa non è del tutto riuscita“.

2 risposte su “Nel caso uno rischiasse di riposare in pace”

Ho in progetto di realizzare, insieme a due amici, un documentario su Massimo Urbani, un altro grande talento del Jazz italiano, grande amico e compagno di incisioni di Luca Flores, anche lui morto in circostanze tragiche. Ho iniziato a interrogare gli amici che con lui hanno suonato e che inevitabilmente sono stati amici o hanno avuto a che fare anche con Luca Flores. I loro racconti sono colmi di stupore e amore per la genialità di questi due grandi artisti.
Luca Flores, come Massimo Urbani, era un musicista di stupefacente talento, e probabilmente la sua genialità non aveva niente a che fare con la sua malattia. La tendenza abusata a voler per forza far concidere questi due aspetti, porta sempre a un risultato mistificatorio e profondamente ingiusto nei confronti dell’artista.
Non ho visto il film, ma a questo punto probabilmente rinuncerò a vederlo.

Che titolo ingannevole! Pensavo celebrasse l’ardore degli intrepidi che nel 1964 tentaro di attuare ciò che mi chiesero e non mi fecero fare nel 1970!
Memento audere sempre!

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