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Cotidie

Il sacro

di W.E.

Sulle note di “I’m a material girl”, scelta dall’addetta della serata per il lavaggio dei piatti (maiale briaco e patate), dopo una lunga giornata, dopo una lunga conversazione sull’appartenenza o meno al cristianesimo o meglio, al pensiero cristiano, dopo tutto quello che arriva sui miei capelli bianchi, confusi dall’umidità, dopo aver acceso il computer nell’ordine: in un bar, sui gradini di un incrocio, in un internet point, in una sala che chiamano sala teatrale e infine, di nuovo a casa, diciamo che il senso del “sacro” (inteso nell’etimologia cristiana: dell’inspiegabile, dell’inconoscibile all’uomo, del maraviglioso) lo trovo:
– nella mia gatta che miagola a mia madre nella cornetta e in mia madre che le risponde
– nella casualità di mangiare maiale a pranzo e a cena
– nel fare una strada diversa per tornare a casa e in tutto quel grano sotto il tramonto di nuvole
– nel riuscire a contenere stanchezza e energia, allegria e tristezza, vino e mirto
– nell’essere ancora qui, sono ancora qui. Sono qui.

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